
Libert intellettuale e critica alla religione.
Ma negli anni che seguirono il fatidico Ottantanove Kant rischi
di perdere la libert che gli era pi cara, quella intellettuale.
Indirettamente la responsabilit fu di Fichte (confronta Quaderno
secondo/9, Capitolo Quattordici). Entusiasta della filosofia
kantiana e trovandosi a fare il precettore a Varsavia, in Polonia
(si stava concludendo allora la spartizione della Polonia fra
Austria, Prussia e Russia), si era deciso ad andare a Knigsberg
per conoscere Kant personalmente (luglio 1791). L'incontro non era
stato soddisfacente per lui, che decise di ripresentarsi con un
suo scritto da sottoporre all'attenzione del maestro. Cos si
chiuse in albergo e in un mese di indefesso lavoro scrisse la
Critica di ogni rivelazione. Consegnato a Kant il manoscritto,
Fichte attese una decina di giorni e poi decise di presentarsi per
sapere il suo giudizio. Kant non solo lo invit a pranzo, ma ebbe
parole di lode per la sua opera, gli trov un posto da precettore
a Danzica e un editore (il suo).
L'opera fu pubblicata nella primavera dell'anno seguente (1792) in
forma anonima e fu interpretata come opera kantiana, perch lo
stile e le idee erano simili a quelle di Kant, inoltre anche lo
stampatore era il medesimo. Il fatto che lo scritto fosse uscito
anonimo non suscitava particolare stupore, perch nel 1788 era
entrato in vigore il Religionedikt di Federico Guglielmo secondo,
secondo cui tutte le pubblicazioni di tipo religioso dovevano
uscire con l' imprimatur della censura. E per evitare fastidiosi
controlli statali si usava spesso l'anonimato. Comunque Kant si
sent in dovere di negare pubblicamente la paternit dell'opera e
di indicare il vero autore. Questo fece la fortuna di Fichte, ma
procur a Kant i problemi pi seri della sua vita.
Infatti egli si sent moralmente impegnato ad esporre quali erano
le sue personali idee sull'argomento e cos scrisse La religione
secondo i limiti della sola ragione (1793). Kant in quest'opera,
pur non rinnegando la sua educazione pietista, cerc di mettere a
frutto i risultati da lui ottenuti nel campo della teologia
razionale con le riflessioni contenute nella Critica della Ragione
pura (Dio come idea regolatrice della conoscenza) e nella Critica
della Ragione pratica, (l'anima, l'immortalit, il "regno dei
fini" e Dio stesso, come postulati della ragione pratica). Nei
"limiti della semplice ragione", come ricorda il titolo, la
religione appare da una parte come un insieme di regole etiche
comandate da Dio, dall'altra come l'espressione fenomenica di quel
trascendente, che  stato presupposto come postulato sul piano
pratico. Entro i limiti della sola ragione non si pu arrivare che
alla religione naturale (al deismo), all'idea di un Sommo Bene, di
un Assoluto, di una Sapienza Infinita, ma non ad una rivelazione,
e quindi neppure al cristianesimo.
Kant nell'opera rifiuta l'antropologia illuminista dell'uomo
"buono per natura" ed ammette che, secondo ragione, si debba
accettare che vi sia in ogni uomo un "male radicale", cio una
tendenza naturale al male, in sintonia con le Sacre Scritture
(dottrina del peccato originale). Inoltre la ragione rivela che
nell'uomo vi  una legge morale che gli impone di divenire
migliore e nello stesso tempo gli d la garanzia di poterlo fare.
Dopo aver respinto come non conciliantesi con la razionalit
l'idea di una grazia esterna che concorra alla realizzazione del
bene, Kant interpreta la figura di Ges Cristo come esempio
massimo (il "buon principio") di perfezione morale a cui tutti
devono rifarsi. In questo senso egli parla di una sintonia fra
religione naturale e cristianesimo.
L'argomento, di per s delicato, lo divent ancora di pi quando,
nella sua opera, Kant s'impegn a valutare la razionalit delle
forme concrete in cui il cristianesimo si era realizzato
storicamente. Egli arriva a dare un giudizio severo sulla
dogmatica e sui culti, ne ricorda le degenerazioni con le orribili
conseguenze che ne erano derivate e suggerisce un necessario
superamento di quelle forme storiche del cristianesimo in nome del
primato della morale e della coscienza. La controproposta di Kant
 una Chiesa tutta spirituale, storicamente invisibile, la
realizzazione del Regno di Dio nei cuori degli uomini. Questa
Chiesa deve professare una religione razionalmente pura, fondata
sul primato della morale e della libert di coscienza.
Kant termina l'opera con le parole  Io credo, Signore amato,
aiuta la mia incredulit. Ma questa espressione, tratta dal
Vangelo di Marco (19,23), non gli bast per avere il consenso
della censura. I rivoluzionari francesi avevano dichiarato guerra
a mezza Europa, compresa la Prussia. Una delle conseguenze della
guerra era stato l'inasprimento della censura. Cos Kant non solo
non ebbe l'autorizzazione alla pubblicazione dell'opera, ma anzi
fu ordinato all'editore di distruggerla. Il filosofo non si
rassegn e la fece pubblicare fuori dal territorio controllato dal
re di Prussia, nella citt di Jena.
L'anno seguente (1794), mentre la sua opera circolava in copie
clandestine suscitando molto interesse nei lettori, Kant ricevette
una lettera, inviatagli direttamente dal Gabinetto del re, in cui
si affermava: La Nostra Sovrana Persona  stata veramente
spiacente nel constatare come Ella faccia malo uso della filosofia
per mirare a distruggere molte delle pi importanti e fondamentali
dottrine della Sacra Scrittura e della cristianit. La lettera si
concludeva in modo minaccioso: S'ella continuer ad opporsi a
quest'ordine si attenda spiacevoli conseguenze. Kant rispose
affermando il diritto dell'intellettuale alla libert di pensiero.
Poi distinguendo l'intellettuale dal suddito, promise che, come
suddito, sarebbe rimasto in silenzio sull'argomento fino alla fine
del regno di Guglielmo Federico secondo.


G. Zappitello, Antologia filosofica, Quaderno secondo/8. Capitolo
Tredici. Introduzione.

Progresso e pace.
Nel 1795 Kant scrisse Per la pace perpetua, in cui precisava
ulteriormente la sua concezione della storia e la sua idea di
progresso, intesi come la realizzazione di una societ razionale
fondata sulla libert. Egli riteneva che fosse un errore
considerare sempre i prcipi come i protagonisti della storia ed
era convinto che ormai fosse iniziata una nuova epoca in cui la
storia sarebbe stata fatta dai popoli e non dai fautori
dell'assolutismo e la nuova era dei popoli sar un'epoca di pace.
In realt nel 1795, anno di pubblicazione dell'opera, la
Rivoluzione Francese aveva gi formato un esercito di popolo con
cui aveva reso le guerre molto pi sanguinose di prima e la stessa
Prussia stava sperimentandolo a sue spese. Ma  Kant sembra
utilizzare i dati empirici solo in funzione dell'a priori morale.
Egli era d'accordo con l'abate di Saint-Pierre che le guerre
opprimono anche durante la pace, che le spese militari assorbono
molti dei soldi che potrebbero essere spesi per la cultura, che i
prncipi dichiarano le guerre, ma poi le fanno fare ai loro
sudditi. Da queste premesse auspicava il potere nelle mani del
popolo e governi di tipo repubblicano, perch era convinto che se
i popoli avessero potuto decidere sulla guerra e sulla pace,
allora non vi sarebbero state pi guerre, perch il popolo,
conoscendo bene la realt delle guerre, avrebbe favorito la
nascita di una cultura della pace. E questo sarebbe stato un
grande progresso nella storia dell'uomo.
Kant, come abbiamo gi accennato, non accetta l'antropologia
illuminista, non crede nell'uomo buono per natura e neppure nel
mito del buon selvaggio. Egli immagina lo stato naturale dell'uomo
piuttosto nel modo in cui lo aveva descritto Hobbes. Egli afferma
infatti: Lo stato naturale degli uomini che vivono gli uni a
fianco degli altri non  uno stato naturale, il quale  piuttosto
uno stato di guerra, ossia anche se non sempre si ha uno scoppio
delle ostilit, c' per la loro costante minaccia, e aggiunge:
I popoli, in quanto Stati, possono essere giudicati come i
singoli uomini, che si fanno reciprocamente ingiustizia solo per
il fatto di essere uno vicino all'altro nel loro stato di natura
(ossia nell'indipendenza da leggi esterne); e ciascuno di essi pu
e deve esigere dall'altro di entrare con lui in una costituzione
simile a quella civile, nella quale a ciascuno sia garantito il
suo diritto.
Questo punto  importante perch evidenzia come Kant veda il
progresso soprattutto nel campo del diritto. Partendo dallo stato
di natura, l'uomo ne era uscito con l'organizzazione della societ
attraverso il diritto. Negli Stati la legislazione era ormai in
grado di mantenere una pace costante almeno al loro interno, nella
misura in cui tutti erano sottoposti alla legge. Kant auspicava
quindi la stessa situazione nei rapporti fra gli Stati. E se
l'abate di Saint-Pierre trovava la via della pace nel fatto che
gli Stati potessero unirsi e fare guerra a quello che per primo
avesse infranto il "patto di non belligeranza", Kant trovava pi
consono ai suoi ideali di pace il progresso nel campo del diritto,
fino ad arrivare ad una legislazione che avesse avuto applicazione
in tutto il mondo. A ci tendeva, per lui, l'intera storia umana.
Con il trionfo del diritto in tutto il mondo avremmo avuto la
stessa situazione di pace che era gi stata raggiunta con
l'applicazione della legge all'interno di ciascuno Stato e la pace
perpetua (o almeno l'assenza di guerre) avrebbe regnato nel mondo.
Di questo diritto internazionale Kant volle anche indicare i
princpi generali.  Egli comprendeva che il cammino per arrivare
alla meta era ancora molto lungo, ma era anche convinto che il
progresso in questo campo fosse stato evidente sia nel caso della
Rivoluzione Americana che in quello della Rivoluzione Francese.
Cos egli termina la sua opera: Se c' un dovere e se insieme ad
esso esiste una fondata speranza di rendere reale lo stato del
diritto pubblico, pur solo con una progressiva approssimazione
all'infinito, allora la pace perpetua, che segue quelli che
falsamente finora sono stati chiamati trattati di pace (in realt
solo degli armistizi), non  un'idea vuota, ma un compito che
risolto a poco a poco, si fa sempre pi vicino alla sua meta
(poich i tempi in cui succedono progressi uguali diventano
sperabilmente sempre pi brevi). Quest'idea kantiana della pace
attraverso il trionfo del diritto internazionale appare suggestiva
e preziosa oggi pi di allora.
Riassumendo possiamo affermare che secondo Kant il progresso come
fatto oggettivo riguarda esclusivamente il campo della metafisica,
che a noi rimane precluso. Egli non ritiene possibile neppure
presentare una teoria del progresso basata su dei fatti storici
precisi, perch il loro valore empirico non potrebbe dare mai la
convinzione che ci troviamo di fronte a dati definitivi,
inoppugnabili. E' invece la nostra dimensione morale a
costringerci a credere nel progresso, a non permetterci di
accettare l'idea che i nostri sforzi non servano a nulla. Il
progresso consiste quindi nel mettere la storia in sintonia con le
esigenze della morale. In questo senso essa  un a priori e non ha
bisogno di garanzie empiriche. Nel concreto poi il progresso non
consiste in un incremento della moralit degli esseri umani come
individui, ma in una sempre maggiore razionalit esteriore, che si
concretizza nel diritto.
Kant mor il 24 febbraio 1804. Il 28 dello stesso mese la citt di
Knigsberg gli tribut esequie solenni e il suo corpo fu inumato
nella cripta dell'universit. Egli era stato un tipico esponente
dell' Aufklrung tedesco, aveva creduto nel progresso ed aveva
accolto con entusiasmo lo scoppio della Rivoluzione Francese. Il
suo "cammino teoretico" lo aveva portato, lui che aveva intrapreso
una grande battaglia per la difesa del sapere scientifico
dall'attacco dello scettico Hume, ad un dualismo che era un vero e
proprio scacco per la ragione, in quanto determinismo e libert
non sono fra di loro razionalmente compatibili; l'uno esclude
l'altro.
